Parlare di India significa parlare di risciò sgangherati e motorette scrostate, di paesini composti da baldacchini in lamiera e terracotta, di villaggi sperduti in campagne desolate – e delle metropoli con le loro girandole di luci e colori, tecnologia e avvenirismo, lusso e ostentazione; come Mumbai, con i suoi venti milioni di abitanti, agglomerato di cittadelle arrampicatesi l’una sull’altra: accanto all’Hard Rock Cafè e alle magliette col popolare simbolo trovi le baraccopoli tra le più estese al mondo, e poco più in là il Dhobi Ghat, anch’esso con le sue magliette a definire la vita degli abitanti: sbattute, strizzate e stese all’aria della più grande lavanderia a cielo aperto del mondo.

Parlare di India significa parlare del diritto divino come motore della vita dell’individuo, attraverso il sistema delle caste, ancor oggi pervasivo nel subcontinente, che origina dall’assunto che gli dèi crearono il mondo estrapolandolo dal corpo di un essere primordiale, il Purusa: il sole dagli occhi e la luna dal cervello, ma anche i bramini (i sacerdoti) dalla bocca, i kshatriya (i guerrieri) dalle braccia, i vaishya (i contadini e i mercanti) dalle cosce e i sudra (i servi) dalle gambe. Significa parlare, anche, del settantesimo anniversario dal divieto dell’uso del termine paria – sancito dalla costituzione – nell’anelito di un argine alle discriminazioni, e di decenni di politiche volte a tentare di garantire eguali diritti a tutti gli strati del tessuto civile.



Strada indiana



Parlare di India significa parlare di un paese segnato da una violenza ossessiva nei confronti delle donne: basti pensare ai 12 milioni di feticidi femminili perpetrati negli ultimi vent’anni, alle ottomila spose bruciate, al ritmo di una all’ora, e ai quasi quarantamila episodi di stupro all’anno, alle “dowry deaths”, le morti e sevizie a cui migliaia di mogli sono costrette a causa della pratica della dote che, seppur formalmente bandita, si perpetua nella vita di fatto. Parlare di India significa, anche, parlare di atti di coraggio, di avvenimenti sediziosi, di donne e uomini uniti nell’ideale della rivoluzione. Come gli abitanti di Dharhara, che anziché arrendersi al costume dei feticidi hanno battezzato una delle più semplici quanto efficaci pratiche rivoluzionarie: piantano alberi di mango ogni qual volta il vagito di un neonato femmina scuote il villaggio, e vendendone i frutti estate dopo estate riescono a raccogliere una somma di denaro tale da rendere libera la ragazza. O come gli attivisti della Chhanv Foundation, che dopo aver lanciato la campagna “Stop Acid Attacks” hanno aperto alcuni locali come luoghi di rinascita per le donne vittime di attacchi con l’acido, le quali possono così reinserirsi nella società, percepirsi parte di una comunità e riagguantare la propria vita.



Donna indiana



Parlare di India, in definitiva, significa parlare di un paese di un milione e trecentomila chilometri quadrati, di una terra calcata da più di un miliardo di persone. Significa eterogeneità, contraddizioni, incomprensibilità. Significa un viaggio nel lucente caleidoscopio di homo sapiens in quanto demiurgo delle civiltà della storia – un viaggio tanto nella luccicante e al contempo ottenebrante cultura indiana, che da secoli ammalia e affascina il viaggiatore occidentale, quanto dentro sé, dentro innanzitutto la propria cultura di uomo occidentale. Che si dà per scontata, quasi foss’ovvio il fatto di essere nati dove si è nati, di essere stati plasmati secondo le forme della cultura natale; ma i cui contorni, i cui spigoli, quando ci si scontra e incontra con una cultura altra, come quella indiana, pian piano prendono consistenza, protrudono e pungono, urtano e sollecitano.

Parlarne è certamente il primo passo per provarla a capire, l’India: indispensabile, poi, viverla.