Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso.
Proverbio indiano

 

Da sempre l'uomo ha sentito l'esigenza di viaggiare e di allargare i propri confini, lo sappiamo tutti. Ma la donna? Credo che anche per lei, in fondo, sia stata la stessa cosa, solo che per questioni storico-sociali non è stata libera di approfondire questo aspetto del suo essere fino alla fine del XVIII secolo, quando le prime viaggiatrici hanno iniziato ad esplorare il mondo che le circondava, sfidando le convenzioni della società in cui vivevano e dando anche un fondamentale contributo al movimento di emancipazione femminile. Questo è stato sicuramente un modo per addentrarsi nel proprio io più intimo e per conquistare la tanto agognata libertà, combattendo contro i più limitati pregiudizi da cui, comunque, in parte noi donne non ci siamo liberate nemmeno adesso. Ancora oggi, infatti, facciamo molte cose per sentirci libere e viaggiare è sicuramente una di queste cose.

Se di questi tempi è forse venuta un po' meno la dimensione dell’esplorazione (non esiste posto al mondo inesplorato e internet ci permette di arrivare dovunque, almeno virtualmente), rimangono comunque la ricerca di avventura e la volontà di mettersi alla prova per superare i propri limiti.

Per una donna spesso il viaggio significa non solo scoprire terre e culture differenti, ma anche esplorare se stesse e immergersi in una parte di noi che, nel quotidiano, non sempre ci è accessibile.

Anche per me inizialmente, quando ero una giovane ragazza, il viaggio è stato questo: dimostrare (prima di tutto a me stessa e poi anche agli altri) che ce la potevo fare, affermare la mia indipendenza, sentirmi in grado di andare oltre i miei confini fisici e mentali. Non erano necessarie grandi distanze, una tenda e poche centinaia di chilometri lontani da casa erano già una conquista.

Adesso viaggiare per me significa però soprattutto perdermi. È un perdersi positivo, quello di cui parlo, non significa banalmente non trovare una strada o un luogo ma significa abbandonare le proprie coordinate, la propria comfort zone, quella che ci fa sentire sicuri ma che ci impigrisce, per rimettersi in gioco. È un meccanismo, questo, che mi fa proprio stare bene anche se a volte, inizialmente, è spiazzante: si finisce nell'ignoto, in una terra estranea con odori nuovi, sapori nuovi, una lingua a volte incomprensibile, una cultura a volte così diversa che è impossibile abbracciarla facilmente...tutto questo mi spinge, ogni volta, a ripensarmi, mi obbliga a rompere i miei schemi, i miei automatismi mentali, mi fa fare marcia indietro su alcune mie rigidità, mi porta a dover per forza adottare nuove prospettive e ad essere meno giudicante. Cosa che, invece, nella vita di tutti i giorni, non è facile fare.


Ulrike Raiser


Il viaggio è il modo migliore che ho per rimanere elastica, flessibile e per non arrugginire, cosa che, conoscendomi, di sicuro farei se rimanessi a casa. Me ne rendo conto ogni volta che parto: i primi giorni di viaggio non sono mai del tutto facili o spensierati, proprio perché con me ho portato tutte le mie rigidità e faccio inizialmente fatica a lasciarle andare. Ma quando ci riesco, ecco, quello per me è un momento quasi sacro. Una leggerezza liberatoria si impossessa di me e mi pare quasi di camminare con passi più lievi. All'improvviso, durante il viaggio, per me tutto acquista un suo senso, tutto trova il suo posto nella mia vita: mi sento come se finalmente avessi trovato l'ultimo pezzo di un puzzle gigante che da tempo stavo cercando di completare. Lascio le mie coordinate abitudinarie per trovare quella della lievità e della serenità.

In viaggio sono diversa, me l'hanno sempre detto, e credo che sia vero. Non solo perché, ovviamente, sto facendo qualcosa che mi piace o sono in un posto bellissimo, ma perché riesco davvero a cambiare la mia forma mentis. È qualcosa che, in parte, vivo anche nella pratica dello yoga e certo è un viaggio anche quello, almeno per me. Un profondo viaggio alla scoperta delle potenzialità del mio corpo.

Nell'immaginario comune viaggiare significa anche cercare una via di fuga dalla routine della nostra vita e sottrarsi agli obblighi quotidiani. Anche io, a volte, ho viaggiato per scappare da tutto ciò ma, negli anni, ho modificato molto la mia percezione del viaggio. Viaggiare non è più una parentesi dalla vita quotidiana ma per me significa proprio vivere, attivare tutti i miei cinque sensi assaporando tutte le sfumature di emozioni che ogni esperienza ci offre: chi viaggia riesce a capire tutto questo e vive diversamente, portandosi il viaggio a casa. Un viaggio, per me, non finisce quando disfo lo zaino ma continua anche nella vita di tutti i giorni, perché mi porto a casa una diversa percezione delle cose.

Non è necessario andare lontani e ricercare paradisi sperduti per compiere un viaggio dentro se stesse. Il viaggiare si può intendere in tanti modi, non significa solo salire su un aereo e andare dall'altra parte del mondo. Viaggiare per me equivale a sentirsi davvero vivi e credo che ognuna di noi abbia il dovere, prima ancora che il diritto, di trovare il suo modo per sentirsi viva. Ogni viaggio è diverso e serve a far emergere le nostre più svariate sfaccettature.

Viaggiare non è partire per arrivare da qualche parte: è ciò che sta nel mezzo che è importante, è l'essere in movimento e sentire che, ovunque si vada, non si è mai arrivati, non ci si deve mai fermare. Ecco, per me viaggiare è tutto questo.


Donna indiana a Mandu


Ritengo che nei viaggi sia importante anche l'incontro con le altre donne e le loro culture, chiusure o aperture. Ricordo alcune donne indiane, che mi ascoltavano incredule mentre dicevo loro di non volermi sposare e di non volere figli e che ritenevano assurdo che io viaggiassi con un uomo al mio fianco che non era mio marito. Ripenso alla guida giordana, che ci ha presentato la sua bellissima moglie solo a patto che il mio compagno non le desse la mano, cosa assolutamente sconveniente. E come dimenticare le allegre bambine che giocavano a calcio a Zanzibar fasciate nel nero e lungo chador? O i visi avvolti dallo hijab delle bellissime donne iraniane, dallo sguardo profondo e curioso, che mi fermavano ogni cinque minuti per fare una foto come me? O la ragazzina cinese innamorata dell'Italia a cui il governo non permetteva di avere Facebook? Insomma, la donna nel mondo vive mille vite diverse, emancipata da una parte deve ancora compiere grandi passi dall'altra e lottare per quello che le spetta di diritto ma che ancora non le viene riconosciuto. Essere una donna in viaggio vuol dire anche questo: conoscere e toccare con mano le profonde differenze nell'universo femminile, saper apprezzare pienamente la propria libertà e lottare per quella di chi, ancora, non può averla.

Ulrike Raiser