Perduti nei meandri della retorica, accade di tanto in tanto di scovare avvenimenti in grado di ridare il colore originario a eventi o parole usati ed abusati, dunque sbiaditi e annichiliti; accade che il velo venga alzato, e ci venga ricordata la ragione originaria di un gesto, di un concepimento.

La festa della donna acquisisce alle volte quel sentore stantio di esercizio retorico fine a stesso o, ancor peggio, di ipocrita pretesto volto all’annuale depuramento della coscienza comune. Dal messaggio originario certamente meritorio, ovvero quello della lotta per i diritti delle donne e l’uguaglianza dei sessi, oggigiorno spesso ci si dimentica cosa si celebra, o come si è arrivati a celebrare, un giorno all’anno, le donne, nell’illusione generale che sì, alcuni problemi persistono ma, alla fine dei conti, oggi, i due sessi vivono stessi diritti, stesse opportunità.

Non vi è certamente la necessità di viaggiare migliaia di chilometri per osservare e ricordare le ragioni fondanti di tale celebrazione declinate nella pratica quotidiana. Vi sono ovunque, in ogni società contemporanea, esempi continui di disuguaglianza tra i sessi e di donne votate alla pratica iconoclasta. Tra tali esempi, l’India.

L’india è un paese che vive una violenza manifesta nei confronti delle donne: quel che più sorprende, oltreché i numeri delle vittime, è l’eterogeneità delle pratiche vessatorie. L’aborto selettivo di feti femmine, le spose a cui viene dato fuoco (burning bride), gli attacchi con l’acido, gli stupri.

«Le mucche, in India, sono molto, molto più al sicuro delle donne», mi ha detto un giorno, in una calda giornata estiva di Mumbai, per sintetizzare con efficacia e crudezza la situazione, Nirja Bhatnagar, direttrice dell’associazione no-profit ActionAid. Ma accanto a una realtà dai tratti disperanti, vivono luccicanti semi di rivoluzione.


Donna campo vestito giallo


Dharhara è un villaggio sperduto nella campagna del Bihar, stato del nord-est indiano. I suoi abitanti, alcuni decenni fa, hanno dato inizio ad una tradizione che sarebbe riuscita in ciò che allora poteva solamente apparire come mera utopia: la sconfitta della pratica del feticidio. In trent’anni l’India ha visto abortire selettivamente dodici milioni di feti femmine, una pratica che comporta, oggi, uno squilibrio generazionale tra i sessi: se nel 1991 il rapporto tra femmine e maschi al di sotto dei sei anni era 945 a 1000, oggigiorno è 914 a 1000. La ragione è prettamente economica (seppure sia stata registrata anche in zone benestanti): una figlia femmina è un costo per la famiglia, sia per la dote, sia perché destinata, a differenza di un maschio, al lavoro casalingo, dunque economicamente infruttuoso. Gli abitanti di Dharhara sono riusciti a sconfiggere tale pratica attraverso il coraggio degli ideali e la semplicità degli atti: piantando alberi. Ogni qualvolta un vagito femminile scuote il villaggio vengono piantati alcuni alberi: solitamente manghi, solitamente dieci. I frutti vengono venduti durante la stagione estiva e il denaro guadagnato risposto in un conto a nome della bambina. Anno dopo anno, estate dopo estate, la ragazza godrà di una somma di denaro sufficiente per i propri studi e la propria dote, così da non risultare un peso per la propria famiglia e, di conseguenza, per la società.

Spostandosi di un migliaio di chilometri verso ovest, all’ombra del Taj Mahal opera un locale all’apparenza come tanti, tra tintinnii di tazze e piattini, odore di caffè e tè aromatico, tavoli e sedie in legno scuro. Sheroes’ Hangout non è definito da una qualche effimera novità architettonica o di offerta culinaria, ma dalle donne che vi lavorano, i cui visi, più dei loro occhi, portano le tracce indelebili degli accadimenti della propria vita. In India, quasi ogni giorno una donna è vittima di attacco con l’acido, e i numeri sono spesso al ribasso: quando i crimini avvengono in villaggi e comunità chiuse, dove vige una cultura votata all’omertà, le vittime spesso non sporgono denuncia, lasciando il proprio assalitore impunito e la reale portata delle violenze nascoste. Al Sheroes’ Hangout le ragazze vittime di attacchi con l’acido possono iniziare quel processo di reinserimento nella società sino ad arrivare a vivere la propria vita come qualsiasi altra persona. Le sofferenze che le vittime affrontano non si fermano, infatti, al lungo processo di interventi chirurgici a cui si devono sottoporre; spesso, poi, si ritrovano recluse in casa, finendo con l’essere tagliate fuori da qualsiasi dinamica sociale. Sheroes’ Hangout tenta di strappare il velo di omertà che vige attorno alle aggressioni con l’acido, informando ed educando il pubblico; non solo, vuole scuotere le coscienze dell’India e oltre, sfidando il paradigma di bellezza esteriore che domina la nostra era.


Donna e riscio


Da una parte alberi e frutti che sconfiggono il feticidio, dall’altra tazze e caffè che sconfiggono le aggressioni con l’acido.

Il movimento civile sulle cui orme sarebbe poi nato lo Sheroes’ Hangout fu lanciato nel 2013, proprio l’otto marzo, per contrastare una delle piaghe sociali che affliggeva le donne indiane. Ed è utile, di tanto in tanto, ricordare da quali retaggi derivi, cosa significhi, quale importanza storica abbia questa celebrazione; imparare da quelle donne, quei movimenti che hanno saputo coniugare l’ideale rivoluzionario ed egalitario con la realtà del quotidiano; celebrare coloro che sono state salvate, e coloro che sono riuscite a salvarsi.

Silvio Grocchetti

Lo Sheroes’ Hangout di Agra è costretto, a causa di lavori urbani, a trasferire la propria attività. Per continuare a operare e rappresentare un punto di riferimento per le donne vittime di attacchi con l’acido, è stata iniziata una raccolta fondi a cui si può partecipare qui:
https://milaap.org/fundraisers/rebuildsheroes